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"LAUREA TARDI RENDE DIFFICILE LAVORO" (M. Martone viceministro al lavoro)
Da Leggo.it: Rapporto Italia 2012 da Eurispes. Il Paese è «sfiancato, impotente e immobilizzato» da una situazione economica peggiorata nel 2011 per il 67% degli italiani: il peggior risultato dal 2004. Ancor più amaro il dato sui giovani: il 60% di quelli tra i 25 e i 34 anni pensa di andare all’estero.
Ma io sono una donna
L’altro giorno, tornando a casa in macchina, prevedibilmente imbottigliata nel traffico fiorentino delle 20:30, mentre la Nana dormiva beatamente al mio fianco ignara della pioggia, dell’ingorgo e di conseguenza del mio nervosismo, mi è capitato di ascoltare su R101 il programma radiofonico di Marco Balestri. Tema del giorno: Le donne alfa.
Ci si interrogava, cioè, sul se e sul perché gli uomini d’oggi temano queste nuove donne forti e intransigenti, difficili da gestire. Insieme al conduttore numerosi ascoltatori intervenivano per condividere la loro preferenza o meno per le “donne alfa”, la loro opinione sul motivo per cui queste ultime spaventino gli uomini, abituati a sentirsi il pilastro sul quale si regge coppia e/o famiglia, e per dare la loro interpretazione sulla presa di potere di queste donne che si stanno progressivamente accaparrando il ruolo di “sesso forte”.
Mentre tutti, quasi esclusivamente individui dell‘altro sesso, si lanciavano in articolate elucubrazioni su questo argomento mi è venuto da sorridere pensando che, ancora ad oggi, il mondo maschile continui a ritenersi orgogliosamente il “sesso forte”.
Non voglio fare un’arringa in stile femminismo sessantottino, non proprio io che ho sempre pensato che qualcuno lassù per certi versi ha sbagliato a farmi nascere donna; voglio semplicemente dire ciò che è giusto a favore di quella parte della popolazione, che mi comprende, che si fa in quattro per mandare avanti la casa, i figli, il lavoro, e spesso e volentieri anche il matrimonio. Il mondo ci è più ostile, così come la società, e perfino la natura non è stata particolarmente generosa con noi, affibbiandoci l’”entusiasmante” compito di partorire e, di conseguenza, di essere sette giorni su ventotto in preda a mal di pancia strizza budella, emicranie intollerabili e ormoni impazziti che ci stravolgono così tanto da poter scoppiare in qualunque momento in una crisi di pianto isterico e non precisamente motivato.
Come se questo non bastasse, qualcuno di molto simpatico un giorno ha deciso che mentre l’uomo sarebbe dovuto andare fuori a guadagnare il pane, trovare il suo posto nel mondo lavorativo e conquistare onori e soddisfazioni quante più poteva, noi saremmo dovute rimanere a casa a fare la calza, con un bambino in braccio ed un dolce sorriso per quando il marito fosse rientrato a casa la sera.
Ahimè, da quando noi,ormai un secolo fa, abbiamo deciso, ovviamente, che non ci andava bene che le cose andassero così, non è che la situazione sia poi radicalmente cambiata. Nonostante tutte le battaglie, ancora oggi una donna, per ottenere un incarico lavorativo appagante, che sazi appieno le sue ambizioni, deve sgobbare il triplo di un uomo, affinché possa riuscire una lavoratrice più instancabile, più brava e più competente di lui, che non si assenti mai dal lavoro e che non si azzardi nemmeno a rimanere incinta che altrimenti la devono pagare nonostante rimanga a casa.
Tutto questo, naturalmente, spesso e volentieri dovendo anche cucinare,stirare, lavare, pulire, riordinare, accudire i figli, e quant’altro vi venga in mente in ambito di faccende domestiche.
Quindi voi, che se avete 37,2° di febbre vi lamentate come vittime di atroci torture (vi confesso un segreto shhhh: …. non state per morire!!!!), che dovete assolutamente stendervi doloranti e sfiancati dopo una partita di calcetto, che sbuffate quando vi parliamo dei nostri problemi e ci liquidate con un semplice “dai passerà” con lo stesso interesse che dimostrereste per la pubblicità del runner pizza nella cassetta della posta, che ci guardate con rimprovero e irritazione quando siamo nervose, fatemi semplicemente un favore: se proprio proprio non riuscite a mettere un quinto dell’impegno di quello che mettete nel giocare a pro 2011 nel cercare di capirci ( senza usare la scusa che è colpa della natura che ci ha fatto di due mondi diversi) smettete almeno di dire scemenze.
Greta
di Isabella, 19 anni, Perugia 26-11-2011
Pubblichiamo la testimonianza di Isabella, 19 anni, studentessa di Infermieristica, rimasta incinta dopo una relazione con un coetaneo che l’ha lasciata, dicendole che non vuole essere padre. Isabella coraggiosamente ha deciso di raccontare la sua storia, non una favoletta dal lieto fine scontato, ma la toccante esperienza di una ragazza come tante che d’improvviso viene scaraventata fuori dalla sua comoda normalità, una vicenda non priva di dubbi, incertezze, paure e proprio per questo straordinariamente autentica.
“Mi sembra ieri. Il giorno in cui ho scoperto di essere incinta. Il primo test, l’ansia crescente, il secondo test, positivo. Lo fissavo: positivo positivo. La sensazione di smarrimento totale mi pervade in un istante, il terrore si impadronisce di me e io impietrita, incapace di reagire. Descrivere una sensazione del genere è difficile, quasi impossibile, è come una vibrazione che nasce dalle viscere e si propaga in tutto il corpo, un veleno letale dall’interno che ti mangia le energie e spegne ogni luce. L’unica cosa che ero in grado di vedere era la mia vita letteralmente distrutta, smembrata, i miei progetti frantumati, il futuro che stavo costruendo diventare un’utopia irraggiungibile. La persona che volevo essere non c’era più, era un ricordo lontano. I miei sogni erano svaniti, insieme ai miei 19 anni, me li ero giocati per sempre.
Solo il pensiero di dover comunicare la gravidanza ai miei genitori mi provocava un male indescrivibile, l’idea di vedere la delusione stampata sui loro volti e perdere la loro stima mi faceva impazzire, come uscire da questo disastro?
Eppure l’idea di abortire mi spaventava molto molto di più, il pensare dei gelidi strumenti infilarsi dentro di me e fare a pezzi un corpicino, no, non avrei potuto reggerlo. Avevo visto su internet alcune foto terrificanti di feti abortiti nelle primissime settimane… piccole miniature di una persona fatta a pezzi, non potevo. Dentro di me c’era una vita concepita per sbaglio, certamente non voluta, ma non avrei risolto il problema in quel modo, non avrei rimediato all’errore con un altro più grande e irreparabile. Eppure quel bambino proprio non lo volevo.
Contrariamente alle mie aspettative più tragiche, quando piangendo e piena di vergogna confessai ai miei genitori di aspettare un bambino, non ci furono né urla né porte sbattute. Solo silenzio, tanta preoccupazione sui loro volti, lacrime trattenute a stento dagli occhi di mia madre e poi tanto, tanto conforto e amore. Non che il percorso sia stato facile, anzi, ma non ho mai sentito venir meno questo amore, quello dei miei genitori, che nello smarrimento mi hanno capita e quello di mia sorella maggiore che non mi ha lasciato sola neanche un momento.
I primi tre mesi sono stati i più difficili. Molto prima del concepimento, il papà del bambino, giovanissimo come me, si era dimostrato instabile e, quel che è più grave, bugiardo e violento. Io ero debole e innamorata, e non riuscivo a staccarmi del tutto da lui perché di volta in volta credevo alle sue promesse alle sue parole, nonostante verso di me spesso mostrasse disprezzo: “Senza di me resterai sola per tutta la vita”, diceva. Quando gli ho detto che aspettavo un bambino le reazioni sono stati altalenanti. Prima gli scatti d’ira, poi pressioni le psicologiche: “l’aborto alla tua età è l’unica cosa intelligente da fare”, poi pesanti insinuazioni:“sicuro che il padre sia io?”, poi spariva, per tornare dolce come l’uomo più docile del mondo, e io lo accoglievo, ogni volta nel dolore. Al terzo mese è sparito del tutto, si era trovato un’altra ragazza. Senza fardello.
Sono stati momenti di profonda tristezza, provavo disprezzo per la persona con cui ero stata, mi appariva con tutta evidenza quanto fosse irrimediabilmente vuoto, superficiale, gelido. Mi odiavo, mi sono odiata per mesi interi, forse ancora adesso mi odio per non essermi allontanata prima, perché senza di lui adesso avrei ancora la mia vita da ventenne: gli amici, l’università, lo svago.
Nello sconforto più totale ho accettato, non senza difficoltà, di parlare con un sacerdote, la mia anima era dilaniata. Io non volevo quel figlio ma sapevo che non avrei mai vissuto serenamente compiendo la scelta più “facile” e più “ovvia”. Pur nelle paure e stretta dai dubbi avevo una cosa chiara: non volevo dannarmi l’anima compiendo un atto così terrificante. Don Fabio mi ha rassicurata, mi sentivo una madre degenere – perché non volevo uccidere io quella vita, eppure desideravo, speravo e addirittura a volte pregavo che mi capitasse un aborto spontaneo – mentre lui mi ha fatto sentire assolutamente normale: “Questa nascita sarà una grazia”, diceva. Io non ci credevo, a dire il vero, ma mi sentivo sollevata.
Avevo deciso di affidarmi al progetto di Dio, un progetto che non accettavo prima e faccio fatica a comprendere oggi. Era surreale, ma qualche tempo prima di scoprire di essere incinta, mi trovavo a riflettere proprio sul progetto di Dio sulle nostre vite. Ero in ospedale a fare il normale tirocinio previsto dalla mia facoltà e ogni giorno avevo a che fare con persone che combattevano malattie devastanti con una forza straordinaria. Mi sentivo in colpa, io, perché stavo bene, perché la mia vita era normalissima, non avevo particolari difficoltà, perché dentro quell’ospedale ci stavo solo per apprendere e studiare e non come quei malati, stesa su un letto per combattere il dolore e strappare un giorno alla morte. Mi ricordo bene che una sera, mi rivolsi a Dio, con una gratitudine immensa nel cuore, ringraziandolo per questa vita così perfetta in confronto a quelle vite di sofferenza. E quella stessa sera, mentre ero a letto, gli domandai quale fosse il Suo progetto per me, per la mia vita.
Non potevo immaginare che neanche un mese dopo, la mia normalissima vita sarebbe stata stravolta. A pensarci mi vien da ridere.
La mia bambina nascerà tra poco meno di un mese e lo ammetto, non provo amore e neanche affetto, mi dicono che è normale, che appena nascerà sarà diverso, ma lo stesso io non so che fare, non so ancora se tenerla, oppure darla in adozione. Non so cosa sia meglio per me, non so cosa sia peggio per lei.
Non mi resta che affidare a Dio questa decisione, l’ennesima, sperando che mi illumini. Tanto lo so che entrambe le scelte saranno difficili e dolorose, entrambe saranno un’enorme rinuncia. Di certo non mi pento di non avere abortito, sarebbe stato innaturale, perché ho capito da subito che c’era una vita dentro di me. Non “una vita” in astratto, la vita di un’altra persona dentro di me! Ricordo come fosse ieri la prima ecografia, quando ero ancora in tempo per abortire, per la prima volta ho sentito il cuoricino battere, ho pianto disperata. Oggi invece ironicamente rido pensando a chi dice: “è solo un grumo di cellule”. Se è così, prova a lasciarlo dove è, e vedi che succede. Che vuoi che sia un ammasso di cellule? Dici che non è un bambino, allora a cosa serve farlo a pezzi? Lascialo nel tuo corpo tranquillamente, tanto non è vivo, no? Coraggio, è ridicolo… Eppure ogni giorno si perdono nel nulla i pianti silenziosi di bambini che non avranno mai una vita, perché l’egoismo della loro mamma ha avuto la meglio.
Sono al nono mese, ho ancora molti dubbi, molte incertezze ma di una cosa sono certa: c’è sempre un’alternativa all’aborto. E chi sostiene che lasciare il proprio figlio in adozione sia un atto peggiore dell’abortire stesso, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza. Perché è un atto d’amore, dolore e sacrificio. Potrai convivere con te stessa, sapendo che quel figlio vive perché tu hai scelto di non ucciderlo. Sapendo che una famiglia si prenderà cura di lui con amore, e anche lui avrà la sua possibilità su questa terra. Perché una possibilità di vivere tu l’hai avuta, ed è giusto che ce l’abbia anche lui. Perché una possibilità ce la meritiamo tutti.”
Ho trovato questo articolo su http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-la-bimba-che-non-volevo-nascer-3726.htm.
E’ incredibile, ho provato esattamente le stesse cose, anche se invece che a 19 anni a 21…Ho un’attenuante: il mio fidanzato mi è rimasto accanto, ci amiamo, ed è un papà formidabile anche se anche lui ha solo 22 anni. Ho reagito nello stesso modo alla vista del test, ho reagito nello stesso modo nel pensare che il mio futuro, che da brava presuntuosa vedevo brillare, era andato in frantumi. Avrei potuto scriverlo io questo testo, per la maggior parte, e questo mi ha colpita.
Ho deciso di tenerla perchè, sebbene avessi pensato all’aborto, il solo pensiero mi faceva piangere nottate intere pensando a quanto fosse sbagliato e innaturale.
Poi ho visto la prima ecografia e ho riso di gusto nel pensare all’immensa stupidità di chi afferma che quella non è vita, chi abortisce al terzo mese uccide un cucciolo con occhi, gambe, mani, e un cuoricino piccolissimo che batte come un matto. Quanta presunzione hanno gli uomini nel decidere che una cosa del genere non è vita!
Ora la piccola Giada ha un anno..non nego che sia difficile, che sia una continua rinuncia e che mi costringa a faticosi sacrifici ma vi giuro, vi giuro che è la cosa più bella del mondo. NOn provavo affetto nemmeno io durante la gravidanza, ero spaventata a morte e continuavo a pensare di aver mandato in fumo i miei 21 anni. Ad oggi sono felice e fiera di me per la scelta che ho fatto e guardando quello scricciolo che muove i suoi primi passi con le gambe tremanti, mi riempio di un orgoglio ed un entusiasmo che non avrei mai potuto provare senza l’aiuto di una bambina così meravigliosa.
Greta



