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In amore non vince chi fugge.
Perché chi fugge forse non sa cosa voglia dire amore.
Vuol dire restare, vuol dire dare tutto.
Vuol dire sacrificarsi.
Vuol dire comprendere.
Vuol dire rispettare.
Vuol dire chiedere scusa.
Vuol dire costruire.

Chi fa questo è colui che vince. Chi fa questo ama davvero.
Tutti gli altri stanno solo giocando ad acchiappino: “quando io ti prendo tocca a te prendermi”. E le loro anime non si incontreranno mai abbastanza per restare irrimediabilmente intrecciate.

Greta

pensa

Ogni tanto qualcuno mi trova da sola in una stanza al buio, o seduta con lo sguardo assente, come una bambola di pezza e si stupisce se alla sua domanda “che fai?” io rispondo “niente. . . penso” .
E’ una cosa strana ormai pensare, dico pensare e basta, senza fare nient’altro nel mentre; perdersi nei propri flussi di coscienza interiori, in silenzio, senza notare se qualcuno entra nella stanza o senza curarsi se la luce è spenta o accesa. Non so se la gente è più capace di rimanere assorta, ascoltando la voce alle volte ovattata, alle volte impetuosa dei propri pensieri, se è ancora capace di perdersi tra le idee, i progetti, i sogni, i problemi; di prendersi del tempo per studiarsi, capirsi, conoscersi. Il pensiero, quello ragionato è ciò che ci distingue dagli altri esseri viventi, eppure molti ne fanno uso così poco spesso. Ascoltare assorti l’intreccio complicato delle riflessioni che corrono senza sosta fino a che non se ne perde il filo, o ridacchiare intimamente scoprendosi a filosofeggiare sull’aria fritta. Sentire l’eco dei sogni che ogni tanto riaffiora inconsapevolmente, e cercare di riacchiapparlo quando ormai sta correndo troppo veloce verso gli angoli remoti ed inaccessibili della memoria. Sforzarsi di rievocare i particolari su cui non ci siamo soffermati abbastanza, un sorriso triste, uno sguardo carico di sottintesi, il fremito nelle mani di chi ci sfiora; perchè sono le sfumature che danno colore alla vita, che possono cambiare il senso delle cose, che possono farci veramente scorgere la realtà dietro ad una vita di maschere e apparenze. Pensare a se stessi, al proprio operato, alle persone che eravamo, a quelle che siamo e a quelle che vorremmo essere; cercare segretamente quale potrebbe essere la nostra strada verso la felicità, verso la soddisfazione, verso la realizzazione nel futuro, immediato o remoto che sia. Congratularsi immodestamente con se stessi per quello o per questo, biasimarsi o condannarsi, cercare di conoscersi nel profondo perché alla fine nessuno di noi sa precisamente chi è e cosa vuole davvero. Prendere un suono, un’idea, un’immagine e ricamarci su con la logica o con l’immaginazione fino a quando il disegno diventa troppo intricato per continuare a seguirlo e sfoderare immediatamente un altro progetto o un altro desiderio su cui rimuginare senza fermarsi mai. Pensare a come sarà tua figlia un giorno, pensare al suo sorriso adolescente, rendersi conto di esserti dimenticata di lavarle i denti, sentirti in colpa per non averlo fatto, riflettere sul fatto che con tutti i sensi di colpa che accumuli via via sulle spalle alla fine vai a giro più carica della befana; e così via, senza sosta, fino a quando qualcuno non entra nella stanza e ti chiede stupito se c’è qualcosa che non vada.
Perciò se per caso, girando per strada o per casa, vedete qualcuno inebetito magari in posizioni scomodissime, non lo disturbate. Prendetelo in giro, beffatevi di lui, meravigliatevi del fatto che anche se gli passate una mano davanti agli occhi vacui non mostri alcun segno di vita, prendetevela per il fatto che non vi stia ascoltando, fate quello che vi pare; ma lasciatelo stare, prima o poi tornerà, è soltanto andato un minutino a trovare sé stesso.

Greta

La Nana ha compiuto i suoi bellissimi 2 anni venerdì scorso.
Ed io, che volevo scriverlo sul blog prima, non ne ho avuto assolutamente il tempo. Per cui se è vero che è meglio tardi che mai, ora che sono in pausa-studio per l’ora di pranzo, colgo l’occasione.

E’ inutile girarci intorno, sono stati due anni meravigliosi, sofferti e complicati, ma due anni di gioie e di scoperte che mai nessuno mi toglierà dal cuore. Sei arrivata come un uragano nella mia vita scompigliando tutto, e tutt’ora qualche cosa stenta a tornare in ordine, al suo posto. Mi hai insegnato a soffrire e a gioire davvero, ma soprattutto mi hai insegnato cosa vuol dire essere mamma, cosa vuol dire amare con tutto il proprio essere. Cosa vuol dire mettere le tue esigenze da parte per far posto a qualcuno che d’ora in avanti verrà sempre e per sempre al primo posto. E quando qualcuno ti insegna ad amare in un modo così profondo ed incondizionato come tu hai fatto non si può che ringraziare. Non sono i figli a dover ringraziare le madri per averli messi al mondo, sono le madri che in un certo senso devono ringraziare i figli per quello che inconsapevolmente donano. Tu, Nana, mi hai cambiato, in tutti i sensi in cui una persona può essere cambiata, mi hai fatto crescere un pò di più ogni giorno insieme a te, mi hai fatto amare, mi hai insegnato come si scopre il mondo e come lo si osserva con meraviglia. Posso dire che oggi sono una persona migliore e lo sono grazie a te.
E poi diciamocelo, è così incredibilmente divertente vedere come impari, come cresci e come sei buffa nell’avventurarti in questo mondo nuovo, come sbagli le parole e come porti allegria e confusione. Come ogni mamma non posso stare con te sempre, non posso vedere ogni tua scoperta perchè sono impegnata a costruire un qualche futuro per entrambe, ma vorrei che il tempo si dilatasse, per contenere tutte le tue risate e le tue marachelle che mi sono persa e che mi sto perdendo. Vorrei che rimanessi sempre così piccina da essere contenuta tutta dalle mie braccia. Se c’è una cosa che questi due anni mi ha colpito con violenza è la velocità con cui il tempo corre, la velocità con cui tu cresci e metti i denti, e inizi a parlare e mangiare da sola. Affermazione banale fino a quando la verità profonda di questo fatto non ti colpisce con tutta la sua forza, nell’intimo, e capisci che certi momenti sono già passati e non torneranno. Ogni momento che passi lontana da me mi manchi, anche se sei solo dalla nonna, e ci sei perchè io devo studiare, e quei momenti in cui non sei con me sono andati, persi per sempre; ed è per questo che, certe notti, a dispetto del torcicollo e del mal di schiena, gioisco silenziosamente nel tenerti nel mio letto, stringendo un corpicino di giorno troppo indaffarato per essere coccolato. Ma finchè avrai un sorriso da regalarmi e una mano paffutella da tendermi a me basterà.
E anche quando sono triste penso che non posso esserlo perchè ho te, e dentro di me ti avrò per sempre.
E questo sarà sempre la mia più grande gioia.

Greta

Ho perso il romanticismo.
Non lo trovo più.
O è finito.
So solo che un giorno ho infilato la mano in tasca e lì dove si trovava un attimo prima ho trovato solo fredda stoffa e un po’ di cinismo.
Ricontrollo, continuo a cercare, ma alla fine dei conti la tasca quella è e quella rimane.
Forse mi è uscito dalla tasca e si è disperso nella pungente aria autunnale; o forse qualcuno me lo ha rubato, porca miseria; o semplicemente lo ho usato con troppo poca parsimonia e adesso lo ho esaurito.
Fatto sta che le cose sono due: o lo ritrovo da qualche parte, o imparo ad usare molto bene il cinismo.
E nella seconda cosa, ahimè, sono già a buon punto!

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