Stai sfogliando l'archivio delle categorie per la categoria ‘guidare’ .

La tua manina nella mia sembra piccola piccola. E morbida. Con quei buchini all’altezza delle nocche che sembrano fatti per essere mangiati. Anche lei è agitata, smaniosa come te, non sta un attimo ferma; mi tira di qua e di là, cerca di sfuggirmi, ma quando ci riesce poi, dopo un pò, torna e si arrampica, cerca di rimanere protetta dalla mia con quella presa sicura ma un pò goffa. Io ti seguo, comandi tu, e mi mostri con gli occhi spalancati i fiori rossi che nascono vicino al muro in pietra di un cascinale. Poi è la volta delle “brum brum” che indichi ridacchiando. Almeno fin quando non ti accorgi che nel cielo c’è la scia di un aereo e tu, orgogliosa di sapere come si chiama, guardi in alto, la studi con la bocca aperta per un pò, e poi esclami trionfante :”Aeo!!”

Per quanto posso lascio guidare te, e mi faccio insegnare il mondo, perchè ogni cosa, vista coi tuoi occhioni castani, appare entusiasmante.

Greta

Lo sapevo già che ci avrei schiacciato una quantità incredibile di tempo. Succede così tutti i giorni; il viaggio di ritorno dall’università è più lungo di quello di Colombo, ma siccome ad innervosirsi si perde solo tempo e buon umore, ho deciso di prenderla con filosofia e godermi anche le strade imbottite di macchine di Firenze. Il tuo cervello in macchina non ha regole, se non quelle ormai interiorizzate del codice stradale che si possono tranquillamente seguire senza che ciò implichi una particolare concentrazione, ed è quindi libero di viaggiare su frequenze tutte sue, più o meno lontane dal mondo reale, e di passare da un’immagine all’altra senza che tu nemmeno ci faccia caso. Ogni semaforo è un ricordo diverso, ogni incrocio un pensiero ed ogni accelerata un’emozione singolare. Mi piace quella sensazione, quando , anche se per poco, posso dare libero sfogo alla mia voglia di correre, di passare avanti a tutti senza nemmeno preoccuparmi di guardarli in faccia, di far vedere che so condurre la mia vita. Ma dura poco.Il piede destro scivola sul freno, il sinistro si abbassa sulla frizione e, scalando le marce in modo deciso, cerco di far si che l’auto si fermi il più dolcemente possibile. Il chiacchericcio della radio mi tiene compagnia, mentre mi ritrovo a pensarti. A pensarci.

Con un collegamento mentale che non riesco ad afferrare ci vedo in una stanza, sdraiati su un letto, mentre, dopo aver scelto la strada più difficile di un bivio, facciamo progetti su quello che sarà, senza nemmeno sapere cos’è. Pensiamo alle situazioni più assurde, ne ridiamo, per poi tornare subito seri quando ci piomba addosso la consapevolezza della nostra scelta; allora l’unica cosa da fare è abbracciarsi, lasciare che i nostri corpi prendano l’uno la forma dell’altro come due metà di una stessa cosa e permettere che le nostre anime intimorite si confortino a vicenda. Così, mentre giro intorno a Piazza della Libertà cerco di girare intorno anche alla nostra vita insieme, e scrutarla. E’ bella e tortuosa. Adulta e ragazzina. Determinata e capricciosa. Ci ha preso, ha messo la mano dell’uno in quella dell’altro, e ci ha dato una spintarella verso l’amore, verso la vita e verso l’ignoto senza fare troppi discorsi. C’è un cretino che cerca di fare il furbo e saltare la coda, infilando la sua golf nera a poco a poco, con la freccia intermittente al ritmo di una canzone volgare e arrogante, almeno come il tatuaggio che gli copre tutto il braccio. Fosse per una questione di principio non lo farei passare, ma in fin dei conti mi sento abbastanza superiore per lasciarlo passare. Senza ringraziare si infila e sfreccia via, facendo lo slalom per superare anche le altre macchine: un augurio cattivo e quasi inconsapevole mi solletica le labbra fino ad uscirne sussurrato. Le chiacchere frivole di qualche deejay si sono trasformate in noiosa pubblicità, cambio stazione e le note dolci e le parole innamorate di Jovanotti mi portano inevitabilmente a pensare a lei. Piccola, indifesa, gioiosa mi riempie il cuore con un’impetuosità tale che ogni volta esso deve aumentare di un po’ per assorbirne l’onda d’urto. Non lo può capire chi non lo ha provato, né può immaginarselo, né tantomeno giudicare. Il mondo, il mio mondo, sembra disegnato per esserle donato a piene mani, col mio tempo, le mie paure, le mie lacrime, le mie risate e le mie soddisfazioni, e anche il mio amore per te. E lei si prende tutto questo, avida, senza ringraziare, ma ripagandoci ogni giorno, con un sorriso senza denti, uno sguardo adorante e una carezza più o meno consapevole che ti fa formicolare la pelle nel punto in cui c’è stato il suo delicato contatto. Quando sento il motore borbottare e spingo l’acceleratore per riacquistare la velocità perduta durante la salita, realizzo del tutto di essere arrivata. Il parcheggio c’è sempre ed è facile, e, quando la macchina si adagia molleggiando nello sterrato davanti casa, spengo la macchina con polso deciso e tiro il freno a mano. La radio si è spenta all’improvviso; rimango un momento ferma com‘è mio solito, cercando di sbrogliare il filo dei miei pensieri e riponendolo in un cassetto nella mia testa. Ne ascolto l’eco lamentoso per qualche istante. Poi apro lo sportello ed esco. Vi amo, ho sonno e oggi sono felice.

Greta

Ma io sono una donna

 

 

 

L’altro giorno, tornando a casa in macchina, prevedibilmente imbottigliata nel traffico fiorentino delle 20:30, mentre la Nana dormiva beatamente al mio fianco ignara della pioggia, dell’ingorgo e di conseguenza del mio nervosismo, mi è capitato di ascoltare su R101 il programma radiofonico di Marco Balestri. Tema del giorno: Le donne alfa.

Ci si interrogava, cioè, sul se e sul perché gli uomini d’oggi temano queste nuove donne forti e intransigenti, difficili da gestire. Insieme al conduttore numerosi ascoltatori intervenivano per condividere la loro preferenza o meno per le “donne alfa”, la loro opinione sul motivo per cui queste ultime spaventino gli uomini, abituati a sentirsi il pilastro sul quale si regge coppia e/o famiglia, e per dare la loro interpretazione sulla presa di potere di queste donne che si stanno progressivamente accaparrando il ruolo di “sesso forte”.

Mentre tutti, quasi esclusivamente individui dell‘altro sesso, si lanciavano in articolate elucubrazioni su questo argomento mi è venuto da sorridere pensando che, ancora ad oggi, il mondo maschile continui a ritenersi orgogliosamente il “sesso forte”.

Non voglio fare un’arringa in stile femminismo sessantottino, non proprio io che ho sempre pensato che qualcuno lassù per certi versi ha sbagliato a farmi nascere donna; voglio semplicemente dire ciò che è giusto a favore di quella parte della popolazione, che mi comprende, che si fa in quattro per mandare avanti la casa, i figli, il lavoro, e spesso e volentieri anche il matrimonio. Il mondo ci è più ostile, così come la società, e perfino la natura non è stata particolarmente generosa con noi, affibbiandoci l’”entusiasmante” compito di partorire e, di conseguenza, di essere sette giorni su ventotto in preda a mal di pancia strizza budella, emicranie intollerabili e ormoni impazziti che ci stravolgono così tanto da poter scoppiare in qualunque momento in una crisi di pianto isterico e non precisamente motivato.

Come se questo non bastasse, qualcuno di molto simpatico un giorno ha deciso che mentre l’uomo sarebbe dovuto andare fuori a guadagnare il pane, trovare il suo posto nel mondo lavorativo e conquistare onori e soddisfazioni quante più poteva, noi saremmo dovute rimanere a casa a fare la calza, con un bambino in braccio ed un dolce sorriso per quando il marito fosse rientrato a casa la sera.

Ahimè, da quando noi,ormai un secolo fa, abbiamo deciso, ovviamente, che non ci andava bene che le cose andassero così, non è che la situazione sia poi radicalmente cambiata. Nonostante tutte le battaglie, ancora oggi una donna, per ottenere un incarico lavorativo appagante, che sazi appieno le sue ambizioni, deve sgobbare il triplo di un uomo, affinché possa riuscire una lavoratrice più instancabile, più brava e più competente di lui, che non si assenti mai dal lavoro e che non si azzardi nemmeno a rimanere incinta che altrimenti la devono pagare nonostante rimanga a casa.

Tutto questo, naturalmente, spesso e volentieri dovendo anche cucinare,stirare, lavare, pulire, riordinare, accudire i figli, e quant’altro vi venga in mente in ambito di faccende domestiche.

Quindi voi, che se avete 37,2° di febbre vi lamentate come vittime di atroci torture (vi confesso un segreto shhhh: …. non state per morire!!!!), che dovete assolutamente stendervi doloranti e sfiancati dopo una partita di calcetto, che sbuffate quando vi parliamo dei nostri problemi e ci liquidate con un semplice “dai passerà” con lo stesso interesse che dimostrereste per la pubblicità del runner pizza nella cassetta della posta, che ci guardate con rimprovero e irritazione quando siamo nervose, fatemi semplicemente un favore: se proprio proprio non riuscite a mettere un quinto dell’impegno di quello che mettete nel giocare a pro 2011 nel cercare di capirci ( senza usare la scusa che è colpa della natura che ci ha fatto di due mondi diversi) smettete almeno di dire scemenze.

 

 

Greta

Lo sapevo già che ci avrei schiacciato una quantità incredibile di tempo. Succede così tutti i giorni; il viaggio di ritorno dall’università è più lungo di quello di Colombo, ma siccome ad innervosirsi si perde solo tempo e buon umore, ho deciso di prenderla con filosofia e godermi anche le strade imbottite di macchine di Firenze. Il tuo cervello in macchina non ha regole, se non quelle ormai interiorizzate del codice stradale che si possono tranquillamente seguire senza che ciò implichi una particolare concentrazione, ed è quindi libero di viaggiare su frequenze tutte sue, più o meno lontane dal mondo reale, e di passare da un’immagine all’altra senza che tu nemmeno ci faccia caso. Ogni semaforo è un ricordo diverso, ogni incrocio un pensiero ed ogni accelerata un’emozione singolare. Mi piace quella sensazione, quando , anche se per poco, posso dare libero sfogo alla mia voglia di correre, di passare avanti a tutti senza nemmeno preoccuparmi di guardarli in faccia, di far vedere che so condurre la mia vita. Ma dura poco.Il piede destro scivola sul freno, il sinistro si abbassa sulla frizione e, scalando le marce in modo deciso, cerco di far si che l’auto si fermi il più dolcemente possibile. Il chiacchericcio della radio mi tiene compagnia, mentre mi ritrovo a pensarti. A pensarci.

Con un collegamento mentale che non riesco ad afferrare ci vedo in una stanza, sdraiati su un letto, mentre, dopo aver scelto la strada più difficile di un bivio, facciamo progetti su quello che sarà, senza nemmeno sapere cos’è. Pensiamo alle situazioni più assurde, ne ridiamo, per poi tornare subito seri quando ci piomba addosso la consapevolezza della nostra scelta; allora l’unica cosa da fare è abbracciarsi, lasciare che i nostri corpi prendano l’uno la forma dell’altro come due metà di una stessa cosa e permettere che le nostre anime intimorite si confortino a vicenda. Così, mentre giro intorno a Piazza della Libertà cerco di girare intorno anche alla nostra vita insieme, e scrutarla. E’ bella e tortuosa. Adulta e ragazzina. Determinata e capricciosa. Ci ha preso, ha messo la mano dell’uno in quella dell’altro, e ci ha dato una spintarella verso l’amore, verso la vita e verso l’ignoto senza fare troppi discorsi. C’è un cretino che cerca di fare il furbo e saltare la coda, infilando la sua golf nera a poco a poco, con la freccia intermittente al ritmo di una canzone volgare e arrogante, almeno come il tatuaggio che gli copre tutto il braccio. Fosse per una questione di principio non lo farei passare, ma in fin dei conti mi sento abbastanza superiore per lasciarlo passare. Senza ringraziare si infila e sfreccia via, facendo lo slalom per superare anche le altre macchine: un augurio cattivo e quasi inconsapevole mi solletica le labbra fino ad uscirne sussurrato. Le chiacchere frivole di qualche deejay si sono trasformate in noiosa pubblicità, cambio stazione e le note dolci e le parole innamorate di Jovanotti mi portano inevitabilmente a pensare a lei. Piccola, indifesa, gioiosa mi riempie il cuore con un’impetuosità tale che ogni volta esso deve aumentare di un po’ per assorbirne l’onda d’urto. Non lo può capire chi non lo ha provato, né può immaginarselo, né tantomeno giudicare. Il mondo, il mio mondo, sembra disegnato per esserle donato a piene mani, col mio tempo, le mie paure, le mie lacrime, le mie risate e le mie soddisfazioni, e anche il mio amore per te. E lei si prende tutto questo, avida, senza ringraziare, ma ripagandoci ogni giorno, con un sorriso senza denti, uno sguardo adorante e una carezza più o meno consapevole che ti fa formicolare la pelle nel punto in cui c’è stato il suo delicato contatto. Quando sento il motore borbottare e spingo l’acceleratore per riacquistare la velocità perduta durante la salita, realizzo del tutto di essere arrivata. Il parcheggio c’è sempre ed è facile, e, quando la macchina si adagia molleggiando nello sterrato davanti casa, spengo la macchina con polso deciso e tiro il freno a mano. La radio si è spenta all’improvviso; rimango un momento ferma com‘è mio solito, cercando di sbrogliare il filo dei miei pensieri e riponendolo in un cassetto nella mia testa. Ne ascolto l’eco lamentoso per qualche istante. Poi apro lo sportello ed esco. Vi amo, ho sonno e oggi sono felice.

Greta

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 125 follower