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Sdraiata sul lettino ruvido di sabbia su cui ho steso alla bell’e meglio il mio amatissimo telo sbiadito mi godo qualche riga del libro che mi porto sempre in spiaggia senza mai leggerlo, giusto per fargli fare una giratina. Lo tengo alzato all’altezza degli occhi, in modo da ripararli col libro stesso per rimanere stesa ai tiepidi raggi di un sole che ormai se ne sta andando. Finalmente inizio ad entrare nella storia, lentamente, dimenticando il mondo esterno, tranne il rumore della risacca e l’odore salmastro del vento.
Ma all’improvviso mi scuoto e mi metto a sedere, col cuore che mi martella nel petto. La Nana non c’è. Sotto l’ombrellone non c’è, a riva non c’è, in acqua non c’è. Non c’è nemmeno all fontanelle. Nulla. Sparita. Mi alzo e inizio a girovagare tra gli ombrelloni quasi tutti chiusi cercando una testolina ricciuta, aspettando di vederla saltare fuori dalle sdraio appoggiate agli ombrelloni a formare piccole capanne. Bambini ovunque, ma lei non si vede. Come ho potuto essere così stupida da perderla di vista? Che madre degenere. Continuo a cercare spingendomi sempre più lontano con lo sguardo, angosciata come non lo sono mai stata in vita mia.
Di colpo mi fermo, fissando il vuoto, gli occhi sgranati. Rimango lì inerte ed incredula per qualche secondo. Torno al mio lettino, mi sdraio e apro il libro. Essere madre mi sta fregando il cervello. Mi sto rimbambendo al punto da non ricordare nemmeno che mia figlia se ne è andata a casa col papà e che era proprio per questo che avevo potuto godermi qualche minuto di relax.
Sempre peggio signori, sono messa sempre peggio.
Greta
Finalmente soli.
Finalmente al mare.
Con l’acqua alle ginocchia avanziamo vicini, lentamente, per cercare di combattere il gelo inaspettato dell’acqua.
All’improvviso ti tuffi proprio davanti a me, di schiena, apposta per schizzarmi tutta.
Riemergi con i capelli arruffati davanti agli occhi e le gocce brillanti che ti scivolano sul volto.
A quel punto è tardi per fare la schizzinosa e mi tuffo anche io.
E quando torno a prendere aria mi baci. Un bacio meraviglioso.
Salato per le onde.
Dolce perchè bacio.
Ancora più salato adesso per il fatto di essere stato così dolce.
Greta

Marina di Cecina, 30/12/2011.
In questa giornata primaverile, dalla finestra, aperta ad invitare l’aria finalmente tiepida ad entrare, è arrivato un profumo. Un profumo di quelli che senza spiegazione e senza che il tuo cervello riesca a collegare a cosa appartiene ti porta indietro nel tempo in un battito di ciglia; un profumo di sale e di pini, di mare,di olio abbronzante al cocco e di invisibile alla fragola, profumo d’estate. Un odore indescrivibile e non riconducibile ad un solo oggetto concreto, ad una sola sostanza, evanescente ma allo stesso tempo carico di ricordi.
Il profumo dei sedici anni e dell’amicizia. Il profumo della nostalgia.
Così, mentre, affacciata alla finestra con le narici ed il cuore ancora dilatati per assorbire bene quella ventata di allegria, osservavo senza vederli i palazzi alti e grigi del quartiere, senza vederli: in realtà non c’ero, in realtà ero molto più lontano, nel tempo e nello spazio, quasi in un’altra vita.
Allora l’adolescenza era una ricchezza, la libertà una nuova appetitosa conquista ed il divertimento un dictat. Tutto sapeva di leggerezza e di svago, le risate (e anche le sigarette) abbondavano molto di più.
Il luogo era determinante e irrilevante e insieme indispensabile, è il luogo che ci ha fatto incontrare, che mi ha fatto passare estati tra le più belle della mia vita, ma allo stesso tempo potevamo essere ovunque e quell’”ovunque” diventava in ogni caso il luogo di risate a crepapelle, confidenze sussurrate (ma neanche tanto), canzoni cantate a squarciagola solo qualche volta indotte dalla sbronza (la maggior parte delle volte….come si può dire…per becero diletto), scherzi più o meno pesanti cui seguivano più o meno pesanti offese direttamente proporzionali all’ilarità generale che esse scatenavano. Primi amori, scappatelle, chiaccherate con o (spesso e volentieri) senza senso e senza scopo, fughe in moto alle due di notte, serate sulla spiaggia a individuare costellazioni probabilmente dell’altro emisfero, tempo ridicolamente perso a cercare figure o mostrilli nei tizzoni delle sigarette, ustioni di terzo grado dalle quali non si impara mai nulla, visto che dopo cinque anni tutti continuiamo imperterriti ad abbrustolirci e stupirci (quasi tutti, dal momento che c’è anche chi Quel Giorno Fatidico non è stato dotato di melanina). Tutto questo concentrato in un solo mese estivo vissuto alla grande e con la maggior intensità possibile, in modo da fare il pieno e farselo bastare per le altre tre restanti grigie stagioni. Ogni tanto la carica non bastava e così toccava, e tocca adesso più che mai, rivedersi e rifocillarsi di amicizia e cavolate, sempre nuove ogni volta e, permettetemelo, sempre più meravigliosamente stupide.
Ho scritto questo post perché devo. o meglio, sento il bisogno impellente di ringraziarvi, di ringraziare quegli amici che, lontani o vicini, ritrovati per mesate intere o solo per qualche ora, in quello che sono ed in quello che sarò in futuro avranno sempre un angolo di affetto e gratitudine in mezzo a quei ricordi che sanno di amicizia ed allegria (si, perfino tu Diddi).
Perfino questa penna con cui sto scrivendo sa di amicizia, anche se, mi rammarica molto dirvelo, è rotta, scrive male e mi sta sporcando tutte le mani di inchiostro, facendomi fare una fatica mostruosa per la quale mi sarete debitrici a vita, sappiatelo voi quattro!
Con incommensurabile e rinnovato affetto e stima,
Greta


