Siamo sdraiate insieme sul divano. Lei ha la testa su un bracciolo ed io sull’altro. Lei dorme ed io scrivo. Quella gambetta appoggiata sulla mia si è mossa leggermente, per poi riabbandonare tutto il proprio leggero peso di colpo. La guardo e osservo quel corpicino fragile, i riccioli dorati arruffati sulla fronte, il pancino che va su e giù scoprendo a tratti l’ombelico piccolino, rotondo, simile all’impronta del ditino di un bimbo nell’impasto candido del pane. Quelle guance arrossate dalla febbre, e quelle manine bollenti mi fanno pensare che vorrei poterle portare via tutto il male con un bacio, prenderlo sulle mie spalle, soffrire per non vederla soffrire. Perché sono la sua mamma, ed è mio compito volerle così bene. E all’improvviso mi ricordo di quando ero piccina picciò e parlavo con la mia di mamma.

Mamma ti voglio bene”

“E io te ne voglio di più”

“No non è vero, IO te ne voglio di più.”

“Greta è impossibile”

“No invece. Sono sicura”

“Sciocchina, tu sei ciccia della mia ciccia, sei stata nel mio pancione. E’ normale che ti voglia più bene io, perché ti ho fatta io, perché sono la tua mamma.”

Ora è il mio turno. Ora sono io la mamma, tocca a me amare di più.

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Greta

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