Stai sfogliando l'archivio mensile di maggio 2012.

 

Dopo un pò impari la sottile differenza tra tenere una mano e incatenare un’anima. E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza. E inizi a imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse. E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto non con il dolore di un bimbo. Ed impari a costruire tutte le strade oggi perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani. Dopo un po’ impari che il sole scotta, se ne prendi troppo. Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori. E impari che puoi davvero sopportare, che sei davvero forte, e che vali davvero.”

Karla Troiani

 

Dopo un pò impari che non ci sono castelli nè principi azzurri. Impari che le cose nella vita reale non funzionano da sole, ma vanno fatte funzionare. Impari che tutto è maledettamente difficile e sfibrante e che ci vuole una consistente dose di determinazione anche soltanto per ingoiare l’orgoglio e rimarginare le ferite. E impari che alla fine dei conti sei l’unica persona su cui puoi contare veramente per tutta la vita. Sei l’unica che ci sarà sempre e che comunque vada può essere capace di accettarti per come sei. Nessun altro.  Perciò impari a prenderti cura di te stessa, ad asciugarti le lacrime da sola e a trovare un briciolo di coraggio anche quando pensavi di avere finito le scorte. E impari ad amarti.

 

 

 

Greta

Coldplay, live in Turin 2012

 

 

Lo aspettavi da settimane, da mesi, da quasi una vita. Aspettavi quel momento in cui avresti visto chi così tante volte aveva saputo farti emozionare, in cui avresti sentito quella voce incredibile che ti ha accompagnato nei momenti più belli della tua vita.

Quello che non ti aspettavi è l’intensità di quello che ora provi, l’effetto che quelle note fanno scivolando vellutate sulla tua pelle d’oca e fluendoti nella testa, inondandola senza lasciare posto a qualunque altro pensiero. Inizi a sentire il cuore battere all’unisono con quelli di altre migliaia di persone sulle note di “the scientist” , capisci che la tua emozione è in realtà una piccola particella di un’euforia collettiva, totalizzante, quasi palpabile tra coriandoli e irraggiungibili palloni colorati che rimbalzano in quel mare di mani alzate.

E con il petto martellante, allunghi le braccia verso il cielo, quel cielo che sembra spento, povero a confronto del tripudio di luci colorate che ti circonda, a segnalare che ci sei anche tu lì in mezzo, anima e corpo, mentre lasci che gli occhi si ubriachino dei fuochi d’artificio che esplodono all’improvviso ad accentare quelle strofe che ti si ripercuotono dentro con potenza disarmante, quelle che ti fanno sentire come se stessi vivendo il primo amore.

Finché non arriva quella canzone, solo voce e pianoforte, che ha accompagnato risate, pianti e amicizie; finché non ti ritrovi ad urlare a squarciagola quelle parole che ora sono l’unica cosa che esiste, finché chiudi gli occhi e ti dimentichi di tutto, e respiri solo commozione e battiti; finché l’emozione diventa quasi dolorosa.

 

Grazie per questa meravigliosa esperienza.

Grazie per le emozioni che mi avete dato da quando vi ho scovato in un cd masterizzato.

Grazie per essere diventati la colonna sonora della mia vita.

 

 

 

 

 

Greta

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C’era una ragazza l’altro giorno. Era lì seduta davanti a me, fisicamente. Ma si vedeva che stava viaggiando lontano, in un mondo immaginario, originato da fitte lettere nere su fogli bianchi, trasformato poi in vivide e colorate rappresentazioni con la fantasia. Non era minimamente interessata dal plumbeo cielo minaccioso, né dal violento movimento sobbalzante dell’autobus, né tantomeno tal prepotente vocio di un gruppo esaltato di scolari. Con la fronte aggrottata e la bocca contratta nello sforzo di rimanere ancorata ad un’altra dimensione, faceva scorrete avidamente gli occhi riga dopo riga, divorando lettere, parola, frasi e pagine intere. Ogni tanto le labbra smettevano di essere mordicchiate per tendersi in un accennato sorriso, involontario quanto incomprensibile ad occhi estranei. Sempre senza alzare lo sguardo dal libro dopo un po’ ha suonato il campanello per prenotare la fermata. Costretta finalmente a distogliere l’attenzione dalla lettura ha lanciato una rapida occhiata fuori dal finestrino gocciolante, nella luce cupa di un’insolita giornata apparentemente autunnale, per poi immergersi nuovamente nella proiezione di quel posto che non c’è ma che si fa sentire così forte, per godere più avida di prima di quegli ultimi attimi, prima di dover uscire nella fredda e bagnata vita reale. Ritrova il segno con un velocissimo movimento delle lunghe ciglia, poi, mentre il bus rallenta, sospira, chiude il libro di scatto, lo ripone con amorevole cura nella borda e si alza; veloce, sicura, altera ed indifferente si tira su il cappuccio e scende con passo deciso, più determinata nell’affrontare il mondo fuori perché consapevole di avere un Universo dentro, colorato, emozionante, polimorfo e dalle mille possibilità. Sa di avere il suo libro nella borsa. E sa che quando questo sarà finito ce ne sará un altro a tenerle compagnia e ad offirle una valida via di fuga. Sempre.

“Le donne che leggono sono pericolose perché non si annoiano mai e qualunque cosa accada hanno sempre un via di fuga: se ne infischiano se le fai troppo soffrire perché loro s’innamorano di un altro libro, di un’altra storia, e ti abbandonano. Le donne che leggono sono pericolose perché nutrono i loro sogni e non c’è nulla di più rivoluzionario di una donna che sogna di cambiare la propria vita: se lo fa, farà la rivoluzione, se non lo fa seminerà il terrore”.
Daria Bignardi

Greta

Mi piace il treno. Mi è sempre piaciuto, anche quando ero costretta a prenderlo almeno due volte a settimana. E siccome, lo ammetto, il mio papà mi viziava, viaggiavo comunque in Frecciarossa.

Un’ora e mezza tutta, competamente per me, cosa che adesso, ovviamente, posso solo apprezzare di più. Un’ora e mezza che la maggior parte delle volte si eclissava dalla mia vita , dal momento che mi addormentavo un minuto dopo che il treno partisse, e mi risvegliavo direttamente mentre stava entrando a Roma Termini. Deve essere l’effetto “dondolo” dell’alta velocità, oppure sono io che sono narcolettica! Ad ogni modo stavolta ho preso un treno nuovo: Italo. Superaccessoriato al punto da avere addirittura la carrozza cinema: quattro schermi appiccicati al soffitto, posti dotati di cuffie ed un film già incominciato.

Ma tanto già sapevo che probabilmente non avrei guardato il film, nè avrei usufruito della connessione Wi-fi gratuita, nè tantomeno avrei studiato come mi ero ripromesa di fare, ignorando deliberatamente il cipiglio di rimprovero del mie dispense di inglese ( disegnato da me medesima per farmi sentire in colpa quando non studio abbastanza!). Io in treno guardo fuori. Osservo quel paesaggio che mi sfreccia accanto senza darmi modo di coglierne i particolari. Passo l’Arno, che appare solo per un attimo alla vista serpeggiando, passo in mezzo alla campagna toscana, ai suoi campi verdi e ai suoi rustici cascinali, poi passo quella romana e infine giungo a destinazione. Non devo fare nulla. Posso solo lasciare che gli occhi vaghino distrattamente su quella successione frenetica di boschi e colline, frugando tra i prati battutti dal vento, simili a scintillanti mari verdi, le nuvole che sfreccoiano veloccissime aiutate dalla velocità del treno, e i pensieri e i ricordi che fluiscono liberi. E i ricordi sono tanti. Sto tornando. Torno a vivere una giornata della mia vita di due anni fa.

Accompagnata dalle energiche note di Bon Jovi. It’s my life.

Greta

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