Stai sfogliando l'archivio mensile di febbraio 2012.

 

 

Ho la penna in mano e un blocco sulle ginocchia (si perché tutti i post originali sono cartacei, old style); ancora per poco. Ho fatto in tempo a mordicchiare la penna per ordinare le idee, appoggiare la punta a sfera sul foglio quadrettato e poi la penna rosa con i brillantini, rubata momentaneamente a mia sorella, ha attirato magneticamente la tua attenzione e, smettendo di considerare la tua pianola con i tasti tutti colorati, mi sei corsa incontro ridacchiando, con la palpitazione visibile in quegli occhioni gioiosi e l’imminente marachella prevedibile dal sorrisetto impertinente. Mi hai teso le manine e io, ingenuamente, ti ho aiutata a salire sul divano; ma appena sei stata stabile sulle ginocchia hai innocentemente tradito la mia ignara ospitalità lanciando un gridolino acuto, carico di prepotente eccitazione. Era il segnale di attacco: da un momento all’altro la penna non era più tra le mie dita disorientate, ma veniva trionfalmente rigirata tra le tue impacciate quanto determinate manine buffe. Quando hai trovato il verso giusto, hai iniziato a scarabocchiare il mio foglio con gli occhi concentrati e la bocca contratta, intenta nella tua prodigiosa opera d’arte. Poi, imprevedibilmente, Scooby-Doo ti ha distratta. Era la mia occasione, dovevo fare in fretta, sapevo di avere pochi istanti: ti ho sfilato delicatamente la penna di mano e ti ho messo sotto al naso un librino con gli orsetti, pensando di averti ingannato e di poter riprendere, o meglio incominciare, a scrivere. Povera illusa, come ho potuto anche soltanto lontanamente immaginare di poter distrarre una creaturina astuta come te dal vero obiettivo della battaglia? Girando lo sguardo e fissandolo su di me con un piglio divertito e di rimprovero assieme ti sei ripresa in un solo istante la biro, hai spinto via le mie mani indesiderate e hai ripreso il tuo dipinto da dove lo avevi lasciato. Con un mugolio di soddisfazione. “Non può averla sempre vinta lei”: con questa convinzione ero intenzionata a lasciarti fare per un po’ e poi prendere con decisione le mie cose e mettermi a scrivere in un posto più alto, dove tu saresti stata impotente e incapace di prenderti gioco di me, inibita dalla tua ingannevole altezza di bimba di un anno. E mentre, riottenuto l’oggetto del desiderio, ti sei lasciata nuovamente assorbire dalla tua imponente opera, io mi sono fermata ad osservarti: la mia bambina, bellissima e gioiosa, buffa e prepotente, furbissima e indifesa … ciccia della mia ciccia!

Poi mi hai guardata, mugolando e indicandomi col tuo dito grassottello il tuo strabiliante scarabocchio. E in quel momento, in quel tuo sguardo meraviglioso ho provato tutto l’amore del mondo, tutto l’amore di cui sono capace, tutto l’amore che il mio cuore può contenere. Era inutile combattere: la penna era tua, avevi vinto tu, non mi restava che alzare bandiera bianca. In ogni caso ormai mi ero scordata tutto quello che avevo intenzione di scrivere prima.

Ti ho preso sulle ginocchia e mi sono messa a disegnare con te. Abbiamo disegnato fiori, cuori, casette e…boh…altre cose non bene identificate. Poi, essendo naturalmente e infantilmente volubile, hai deciso che non ti andava più, che volevi fare altro; sei scesa goffamente dal divano e, in un ultimo gesto di incontrastata superiorità, mi hai teso la penna col tuo braccino corto, mostrando il tuo dolcissimo sorriso a sei denti.

Non vale, non è giusto, non vinco mai.

 

 

 

 

Greta

 

 

 

Ho smesso di pensare al futuro da molto tempo, se non a grandi linee. Non esistono “per sempre” nè “per tutta la vita”. Esistiamo solo noi, qui ed ora, quello che abbiamo fatto, e quello che abbiamo oggi. Per il futuro nessuna certezza, nessuna sicurezza e anzi un pò di paura. La consapevolezza che tutto può andare storto, che ciò che di più bello teniamo fra le braccia, possa in un attimo svanire; che tutti i nostri piani e i nostri progetti siano stati solo mere illusioni e castelli di carta. Brancoliamo nel buio. Qualunque cosa può accadere, qualunque persona se ne può andare, qualunque strada può essere un vicolo cieco. Solo una cosa in effetti ci manda avanti: nel buio c’è una piccola luce, fatta di speranze e sogni, ed è a quella a cui noi ci aggrappiamo, è in base a quella che immaginiamo il nostro avvenire, è lasciandoci abbagliare e accecare che diamo per scontato che tutto  andrà come noi lo abbiamo pianificato. Quella luce non è amica. Molto meglio rimanere al buio, lasciando che gli occhi si abituno all’oscurità. E dopo qualche minuto, quando vediamo meglio ciò che c’è intorno a noi, tenendo ben presente che tutto può crollare, tutto può infrangersi, possiamo iniziare a camminare sicuri. Le nostre speranze le teniamo in tasca, i nostri sogni per la mano. Ma non sono loro a guidare noi, siamo noi a guidare loro. Loro ci tengono un pò di compagnia, qualcuno se ne va a metà cammino, alcuni restano fino alla fine, apposta per farti pensare che nel futuro c’è sempre speranza. E accomodandoti in questo tiepido conforto, godendo della loro presenza amichevole, un passo dopo l’altro, il futuro si fa presente. Non lasciatevi abbagliare da Sogni e Speranze, lasciatevi accompagnare. E se qualcuno di essi si perde nel tragitto forse era destino, magari prima o poi tornerà o ne arriverà un altro al suo posto. C’è sempre speranza, basta viverla con un pò di consapevolezza, e con almeno un piede per terra. Il futuro arriva in fretta, e non si è mai abbastanza preparati, IO non sono mai abbastanza preparata. Ho pochi punti fermi: chi amo, chi no, cosa voglio fare nella mia vita. Non è abbastanza ma è tutto quello che ho, tutto quello a cui mi aggrappo. Forse un giorno, cambieranno anche cose situazioni che in questo momento fanno parte di me; e quindi costringeranno anche me a cambiare, a soffrire, a ricominciare. Ma io questo lo so, io lo tengo sempre presente, tutto è fragile, tutto è traballante. Questo non vuol dire non avere progetti, non avere sogni, non sperare che tutto sia come lo vuoi. Vuol dire fare tutte queste cose tenendo sempre presente in un piccolo e sofferente angolo il fatto che tutto può finire in un istante, e creando questo cantuccio di delusione, le tue speranze potranno essere più vive e reali, perchè liberate dalla cecità dell’illusione.

“Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.”

Il più bello dei mari, Nazim Hikmet.

Questo è quello che vorrei che fosse, e se non sarà, rimarrà comunque quello che sento adesso.

 

 

Greta

 

 Ho notato di colpo che la maggior parte dei blog che seguo o che mi è capitato di leggere non sono di persone definite. O meglio, appartengono a persone reali suppongo, ma delle quali non si conosce né la vera identità, né tantomeno il vero nome. Si celano dietro nick più o meno fantasiosi, più o meno poetici o più o meno credibili o simpatici. E’ un uso oltremodo comune; e dunque mi chiedo: perché non lo ho fatto anche io? I vantaggi sono evidenti e innegabili: scrivere ciò che vuoi, su chi vuoi, come vuoi; lamentandosi, insultando, criticando o anche lodando e ammirando persone che probabilmente non avranno mai la possibilità di saperlo. Un’’identità fittizia consente insomma un’allettante libertà di espressione.

E io, come una scema, non ci ho mica pensato! Ho semplicemente infilato subito il mio nome e cognome, non ho voluto fare i conti con qualcosa che non fosse me, qualcosa di mia creazione di cui, però, non avrei mai potuto prendermi meriti e demeriti. Questo blog sono io, è i miei pensieri, le mie idee, le mie riflessioni, le mie esperienze, il mio modo di pormi e comportarmi ed il mio modo di scrivere. La penna è la mia, io ho un nome e dunque lo ha anche questo blog.

Certo, quando scrivo, mi ritrovo a fare i conti col bavaglio della cortesia, della vergogna, del pudore e dell’educazione, ma d’altronde non è quello che ci tocca nella vita di tutti i giorni? Vedereà pensareà dire (o scrivere) tutto quello che ci passa per la testa non è né facile né socialmente conveniente. Io sono una che tiene poco a freno la lingua e tende a dire la verità dura e cruda ma, onestamente, non sempre proprio su tuttotutto. Primo, perche non sempre la mia opinione è richiesta dagli altri, né magari ritenuta interessante. Secondo, perché se ognuno si prendesse la libertà assoluta di dire tutto quello che pensa, probabilmente correremmo tutti a rifugiarci nel più irraggiungibile degli eremi della terra.

Alle volte bisogna avere il coraggio di metterci la faccia e mordersi la lingua, perché, secondo me ovviamente, ci vuole molto più fegato a buttar giù l’irritazione e tirare fuori un po’ di buon senso, piuttosto che sparare sentenze velenose (anche se a volte si tratta di innegabili verità) verso persone o categorie sgradite, senza poter in cambio ottenere una bella rispostina. Se poi io voglio comunque farlo, ne sono liberissima, con la consapevolezza, però, di poter andare incontro a biasimo e proteste (e magari solo quelle) di chi, tra le mie conoscenze, magari si riconosce in quello che ho scritto o si sente tirato in causa. Insomma. Se ho qualcosa di spiacevole da dire preferisco dirle di persona che attraverso uno schermo, ma se proprio decidessi di farlo scrivendo in questo blog, almeno la faccia ce la metto lo stesso. Il problema è tutto qui: esserci o non esserci. Eccomi.

 

 

Greta

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
contro le porte della notte
e i passanti che passano li segnano a dito
ma i ragazzi che si amano
non ci sono per nessuno
ed è la loro ombra soltanto
che trema nella notte
stimolando la rabbia dei passanti
la loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
essi sono altrove molto più lontano della notte
molto più in alto del giorno
nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Jacques Prévert

Ho risentito questa poesia in un contesto non molto aulico (la pubblicità dei baci Perugina) e me la sono dovuta andare a rileggere. E a quel punto mi ha dato lo stesso effetto di quando la scoprii la prima volta, lo stesso brivido lungo la schiena. Nonostante la mercificazione e altri usi inappropriati e molto poco carini fatti da altrettanto poco carini blogger nei confronti miei e della mia storia, rimane pur sempre una poesia di straordinaria bellezza che sentivo il bisogno di tirare fuori dal cassetto dei ricordi spiacevoli e, dopo averla spolverata ben bene, riporla in quello delle cose belle e meritevoli.

Ma non è questo il tema del post, il vero argomento, come richiede questa giornata è l’amore. L’amore che è un mondo parallelo, un mondo parallelo ed esclusivo di cui solo in due si detiene la chiave. Un mondo fatto di battiti veloci e mani tremanti che si intrecciano, sorrisi maliziosi e baci complici. Non importa il luogo, il giorno o la compagnia; tra baci, occhiate golose e silenzi carichi di promesse, l’aria si satura di emozioni che ubriacano, inebriano due corpi naturalmente complementari che si attirano con impeto. E tutto di te freme, ti spinge a cercare quel contatto ormai irrimediabilmente indispensabile senza esitazione; e quando, finalmente, le bocche si sfiorano, l’agitazione fa quasi male. Quel bacio è ormai tutto ció che vuoi, mentre tutto ció che sei è concentrato in quella danza di labbra divertite che si fa pian piano sempre più decisa e avida, a tratti dolce, poi di nuovo concitata, al ritmo dei due cuori imperiosi che battono all’unisono. Le mani si prendono prepotentemente la loro parte accarezzando, stringendo, infilandosi curiose tra i capelli, cercando il contatto bollente delle guance arrossate. Poi, dopo l’ultimo delicato bacio, il distacco arriva quasi doloroso, addolcito solo da uno sguardo indescrivibile in cui si specchiano i tuoi occhi meravigliati e da parole sussurrate a mezza voce che però continueranno a gridare nella tua testa per sempre.

Ogni bacio dovrebbe essere così, ogni contatto unico, ogni amore il primo.

Greta (che in questi post si sente un po’ il Moccia dei poveri).

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