Stai sfogliando l'archivio mensile di dicembre 2011.

Amo il natale.

Amo il Natale per l’atmosfera delicatamente elettrizzante fatta di luminarie maestose per il centro di Firenze e alberi addobbati in ogni modo e colore, che si possono sbirciare curiosando fugacemente con lo sguardo attraverso le finestre altrui. Amo il cenone del 24 per l’incontenibile confusione di canti e cugini, per l’allegria consumata tra le portate luculliane e i sorrisi della nonna, e la serpeggiante e sconclusionata processione per portare Gesù Bambino nel presepe, cantando “Tu scendi dalle stelle” e levando alte in aria le stelle filanti.

Amo la mattina del 25, quando le mie sorelle mi svegliano con una voce piena di intrattenibile eccitazione perché “è arrivato Babbo Natale!”. Amo lo scarto dei regali, quando ammiro il risultato di tante corse a giro per negozi, assorbita nel panico trova-il-regalo-giusto-per-tutti, negli occhi dei miei genitori, negli abbracci delle sorelline, nei gridolini di mia figlia e nei baci del fidanzato. Amo la tombola, i giochi di carte, il mercante in fiera ai quali si gioca tutti attorno ad un tavolo per ore, si perdono una marea di quattrini, e rigorosamente non ci si capisce niente, tra i bambini che architettano di tutto per far gonfiare orgogliosamente le pance dei loro portafogli e la zia novantaduenne che ogni anno non sente un numero in più alla tombola (che di numeri ne ha novanta!).

Sarebbe stato tutto così spasmodicamente festoso anche quest’anno, se solo non avessi passato i due giorni clou delle feste a letto con la febbre. Un Natale tutto il contrario di come lo attendevo. Pensiamo al Capodanno va’.

Greta

Prendetevi quindici minuti. Chiudetevi nello studio o nella cucina o perfino nel bagno. Poi, in silenzio, guardate questo. Merita.

 

 

Penso che siano stati quindici minuti della vostra vita spesi bene.

 

Greta

Ma io sono una donna

 

 

 

L’altro giorno, tornando a casa in macchina, prevedibilmente imbottigliata nel traffico fiorentino delle 20:30, mentre la Nana dormiva beatamente al mio fianco ignara della pioggia, dell’ingorgo e di conseguenza del mio nervosismo, mi è capitato di ascoltare su R101 il programma radiofonico di Marco Balestri. Tema del giorno: Le donne alfa.

Ci si interrogava, cioè, sul se e sul perché gli uomini d’oggi temano queste nuove donne forti e intransigenti, difficili da gestire. Insieme al conduttore numerosi ascoltatori intervenivano per condividere la loro preferenza o meno per le “donne alfa”, la loro opinione sul motivo per cui queste ultime spaventino gli uomini, abituati a sentirsi il pilastro sul quale si regge coppia e/o famiglia, e per dare la loro interpretazione sulla presa di potere di queste donne che si stanno progressivamente accaparrando il ruolo di “sesso forte”.

Mentre tutti, quasi esclusivamente individui dell‘altro sesso, si lanciavano in articolate elucubrazioni su questo argomento mi è venuto da sorridere pensando che, ancora ad oggi, il mondo maschile continui a ritenersi orgogliosamente il “sesso forte”.

Non voglio fare un’arringa in stile femminismo sessantottino, non proprio io che ho sempre pensato che qualcuno lassù per certi versi ha sbagliato a farmi nascere donna; voglio semplicemente dire ciò che è giusto a favore di quella parte della popolazione, che mi comprende, che si fa in quattro per mandare avanti la casa, i figli, il lavoro, e spesso e volentieri anche il matrimonio. Il mondo ci è più ostile, così come la società, e perfino la natura non è stata particolarmente generosa con noi, affibbiandoci l’”entusiasmante” compito di partorire e, di conseguenza, di essere sette giorni su ventotto in preda a mal di pancia strizza budella, emicranie intollerabili e ormoni impazziti che ci stravolgono così tanto da poter scoppiare in qualunque momento in una crisi di pianto isterico e non precisamente motivato.

Come se questo non bastasse, qualcuno di molto simpatico un giorno ha deciso che mentre l’uomo sarebbe dovuto andare fuori a guadagnare il pane, trovare il suo posto nel mondo lavorativo e conquistare onori e soddisfazioni quante più poteva, noi saremmo dovute rimanere a casa a fare la calza, con un bambino in braccio ed un dolce sorriso per quando il marito fosse rientrato a casa la sera.

Ahimè, da quando noi,ormai un secolo fa, abbiamo deciso, ovviamente, che non ci andava bene che le cose andassero così, non è che la situazione sia poi radicalmente cambiata. Nonostante tutte le battaglie, ancora oggi una donna, per ottenere un incarico lavorativo appagante, che sazi appieno le sue ambizioni, deve sgobbare il triplo di un uomo, affinché possa riuscire una lavoratrice più instancabile, più brava e più competente di lui, che non si assenti mai dal lavoro e che non si azzardi nemmeno a rimanere incinta che altrimenti la devono pagare nonostante rimanga a casa.

Tutto questo, naturalmente, spesso e volentieri dovendo anche cucinare,stirare, lavare, pulire, riordinare, accudire i figli, e quant’altro vi venga in mente in ambito di faccende domestiche.

Quindi voi, che se avete 37,2° di febbre vi lamentate come vittime di atroci torture (vi confesso un segreto shhhh: …. non state per morire!!!!), che dovete assolutamente stendervi doloranti e sfiancati dopo una partita di calcetto, che sbuffate quando vi parliamo dei nostri problemi e ci liquidate con un semplice “dai passerà” con lo stesso interesse che dimostrereste per la pubblicità del runner pizza nella cassetta della posta, che ci guardate con rimprovero e irritazione quando siamo nervose, fatemi semplicemente un favore: se proprio proprio non riuscite a mettere un quinto dell’impegno di quello che mettete nel giocare a pro 2011 nel cercare di capirci ( senza usare la scusa che è colpa della natura che ci ha fatto di due mondi diversi) smettete almeno di dire scemenze.

 

 

Greta

di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano

Io non voglio parlare di Lucio Magri, che non ho conosciuto e non mi sognerei mai di giudicare: non so come mi comporterei se cadessi nella cupa depressione in cui l’avevano precipitato la vecchiaia, il fallimento politico e la morte della moglie. So soltanto che non organizzerei una festicciola fra i miei amici a casa mia, con tanto di domestica sudamericana che prepara il rinfresco per addolcire l’attesa della telefonata dalla clinica svizzera che annuncia la mia dipartita.

Una scena che personalmente trovo più volgare e urtante di quella del pubblico che assiste alle esecuzioni nella camera della morte dei penitenziari. Ma qui mi fermo, perché vorrei spersonalizzare il gesto di Magri, quello che viene chiamato con orrenda ipocrisia “suicidio assistito” e invece va chiamato col suo vero nome: “Omicidio del consenziente”. Ne vorrei parlare perché è diventato un fatto pubblico e tutti ne discutono e ne scrivono. E molti tirano in ballo l’eutanasia, Monicelli o Eluana Englaro, che non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina: era fisicamente sano e integro, anche se depresso. Altri addirittura considerano il “suicidio assistito” un “diritto” da importare quanto prima in Italia per non costringere all’ “esilio” chi vuole farsi ammazzare da un medico perché non ha il coraggio di farlo da solo. Sulla vita e sulla morte, da credente, ho le mie convinzioni, ma me le tengo per me perché, da laico, non reputo giusto imporle per legge a chi ha una fede diversa o non ce l’ha. Dunque vorrei parlarne dai soli punti di vista che ci accomunano tutti: quello logico, quello giuridico, quello deontologico e quello pratico.

Dal punto di vista logico, non si scappa: chi sostiene il diritto al “suicidio assistito” afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita. Ammettiamo pure che sia così: ma proprio per questo chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé.

Dal punto di vista giuridico c’è una barriera insormontabile: l’articolo 575 del Codice penale, che punisce con la reclusione da 21 anni all’ergastolo “chiunque cagiona la morte di un uomo”. Sono previste attenuanti, ma non eccezioni: nessuno può sopprimere la vita di un altro, punto. Se lo fa volontariamente, commette omicidio volontario. Anche se la vittima era consenziente, o l’ha pregato di farlo, o addirittura l’ha pagato per farlo. Non è che sia “trattato da criminale”: “È” uncriminale. Ed è giusto che sia così. Se si comincia a prevedere qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce. Se si autorizza un medico a sopprimere la vita di un innocente, come si fa a non autorizzare il boia a giustiziare un folle serial killer che magari è già riuscito ad ammazzare pure qualche compagno di cella?

Dal punto di vista deontologico, altro muro invalicabile: il “giuramento di Ippocrate” che ogni medico, odontoiatra e persino veterinario deve prestare prima di iniziare la professione: “Giuro di… perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale , ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno…; di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione”. Non occorre aggiungere altro. Come si può chiedere a un medico di togliere la vita al suo paziente, cioè di ribaltare di 180 gradi il suo dovere professionale di salvarla sempre e comunque? Sarebbe molto meno grave se chi vuole suicidarsi, ma non se la sente di farlo da solo, assoldasse un killer professionista per farsi sparare a distanza quando meno se l’aspetta: almeno il killer, per mestiere, ammazza la gente; il medico, per mestiere, deve salvarla. Se ti aiuta ad ammazzarti è un boia, non un medico.

Dal punto di vista pratico, gli impedimenti alla legalizzazione del “suicidio assistito” sono infiniti. Che si fa? Si va dal medico e gli si chiede un’iniezione letale perché si è stanchi di vivere? O si prevede un elenco di patologie che lo consentono? E quali sarebbero queste patologie? Quasi nessuna patologia, grazie ai progressi della scienza medica, è di per sé irreversibile. Nemmeno la depressione. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”. Qui di irreversibile c’è solo il “suicidio assistito”: ti impedisce di curarti e guarire, dunque di decidere consapevolmente, cioè liberamente, della tua vita. E se poi un medico o un infermiere senza scrupoli provvedono all’iniezione letale senza un’esplicita richiesta scritta, ma dicendo che il paziente, prima di cadere in stato momentaneo di incoscienza e dunque impossibilitato a scrivere, aveva espresso la richiesta oralmente? E se un parente ansioso di ereditare comunica al medico che l’infermo, prima di cadere in stato temporaneo di incoscienza, aveva chiesto di farla finita?

Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume, che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Voglio sperare che l’istinto naturale di tutti noi sia quello di salvarlo. Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c’è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero dei suicidi è indice dell’infelicità, non della “libertà” di un Paese. E, quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha allora esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? Il suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?

fonte: Il Fatto Quotidiano, 2 Dicembre 2011

non fa una piega.

Greta

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